Limite, funzionamento dei gruppi e burnout nei contesti sociosanitari
Nei contesti sociosanitari ad alta complessità, il funzionamento quotidiano dei servizi non è garantito solo da ruoli formalmente definiti, protocolli e assetti organizzativi. Spesso, ciò che permette al sistema di reggere è un equilibrio implicito costruito nel tempo all’interno dei gruppi di lavoro.
In molti servizi, una parte rilevante del carico – in particolare quello emotivo, relazionale e di tenuta – viene assorbita informalmente da alcuni operatori. Non perché previsto, ma perché necessario. Non per scelta individuale, ma come risposta a vuoti strutturali: ruoli poco chiari, target non condivisi, procedure incomplete o assenti, funzioni non sostituibili a livello operativo.
Questa distribuzione tacita del carico non è un effetto collaterale: è una modalità di funzionamento del sistema. Consente all’organizzazione di continuare a operare anche quando non dispone delle condizioni minime di sostenibilità. La tenuta non è garantita dalla struttura, ma dalla disponibilità psichica e relazionale di alcune persone.
Nei gruppi di lavoro, questa modalità produce un assetto relativamente stabile. Alcuni membri diventano, di fatto, portatori di funzioni che eccedono il mandato formale: tengono insieme, assorbono tensioni, colmano vuoti decisionali, garantiscono continuità laddove l’organizzazione non riesce a farlo.
Il gruppo si organizza intorno a questa soluzione. Finché funziona, non viene interrogata. Anzi, viene spesso valorizzata come “dedizione”, “spirito di servizio”, “senso di responsabilità”. In realtà, si tratta di una compensazione strutturale: il sistema regge perché qualcuno regge per tutti.
Il problema emerge quando questa modalità viene interrotta.
Quando un operatore prova a ridefinire il proprio perimetro, a rimettere un limite, non introduce semplicemente una variazione individuale. Interrompe una funzione su cui il gruppo e l’organizzazione hanno fatto affidamento.
Il limite, in questi contesti, non è problematico per ciò che nega, ma per ciò che rende visibile. Fa emergere la sproporzione tra richieste e risorse, tra mandato esplicito e mandato implicito, tra ciò che il sistema chiede e ciò che è realmente in grado di sostenere.
È per questo che il limite viene spesso vissuto come una minaccia. Non come un atto regolativo, ma come un elemento perturbante che mette in crisi l’equilibrio implicito del gruppo.
Quando il limite non è pensabile a livello gruppale e istituzionale, il sistema tende a difendersi. Le reazioni sono relativamente costanti:
– il soggetto che pone il confine viene letto come rigido o poco collaborativo;
– viene percepito come meno coinvolto o meno affidabile;
– può essere progressivamente isolato sul piano relazionale;
– diventa, implicitamente, il responsabile delle difficoltà che emergono.
In questo modo, la tensione viene spostata dalla struttura alla persona. Il problema non è più il funzionamento del sistema, ma il comportamento del singolo. Il gruppo tenta così di ripristinare l’equilibrio precedente, evitando una riorganizzazione più profonda.
Queste dinamiche si intensificano nei contesti in cui alcune funzioni non sono sostituibili a livello procedurale. Quando un ruolo non è formalizzato, quando non esistono procedure condivise che ne permettano la distribuzione, la funzione coincide con la persona che la incarna.
In questi assetti, il limite non può essere accolto perché il sistema non ha alternative. La continuità del servizio dipende dalla tenuta di quella specifica persona. La richiesta implicita non è più “fai il tuo lavoro”, ma “continua a reggere”.
Qui il problema non è la mancanza di buona volontà, ma una falla strutturale: il sistema funziona perché qualcuno è diventato insostituibile.
Quando la ridefinizione dei confini non è possibile nei gruppi e nelle istituzioni, il sistema trova un’altra via per fermarsi. Il burnout diventa così una soluzione silenziosa: accettabile, individualizzata, non interrogante.
Il corpo e la psiche si incaricano di porre un limite là dove il sistema non riesce a farlo. In questo senso, il burnout non è solo un esito individuale, ma un segnale del campo. Indica che il funzionamento complessivo non è più sostenibile, ma che questa insostenibilità non può essere affrontata a livello organizzativo.
Da questa prospettiva, il lavoro clinico nei contesti sociosanitari non può limitarsi al rafforzamento delle risorse individuali o alla gestione dello stress. Intervenire significa lavorare sui gruppi e sulle istituzioni come unità di funzionamento.
Significa rendere pensabile ciò che è rimasto implicito:
– rendere visibili le funzioni di tenuta;
– redistribuirle;
– restituire confini simbolici ai ruoli;
– costruire condizioni di sostituibilità;
– permettere al limite di esistere senza essere vissuto come una minaccia al legame.
Un’organizzazione che funziona solo se qualcuno si consuma non è resiliente.
È fragile, anche se non lo sa.
Lucia Guidi
Note cliniche - gennaio 2026
Fermarsi non è sempre depressione
Non è patologico fermarsi.
È patologico non potersi più muovere.
La salute mentale è capacità di adattamento, non iperattività.
Abbiamo imparato a pensare che stare bene significhi essere sempre attivi, motivati, pronti. Ma questo modello non nasce dalla psicologia né dalla biologia. È culturale. La ricerca mostra che il funzionamento umano è ritmico, non lineare. Non seguiamo solo ritmi circadiani, ma cicli più lunghi, stagionali, in cui cambiano energia, iniziativa, capacità di investimento. Anche nelle persone sane il cervello modifica il proprio assetto, riduce l’esplorazione, conserva risorse. Questo non è un blocco: è adattamento.
Il problema nasce quando ogni rallentamento viene letto come patologia. Ma c’è una differenza fondamentale che vale la pena chiarire. Nella quiescenza fisiologica il rallentamento protegge e prepara. Nel freezing il sistema si ferma perché non percepisce sicurezza. Nella depressione, invece, qualcosa cambia qualitativamente: non è solo meno energia, è la perdita di accesso al senso. Il futuro non chiama, ciò che prima aveva valore non lo ha più, l’idea di tornare a muoversi non appare possibile. Non è una fase che “passa da sola” seguendo il ciclo, perché il ciclo stesso si è irrigidito.
Riconoscerlo non significa etichettarsi, ma smettere di colpevolizzarsi. Perché se il rallentamento fisiologico ha bisogno di rispetto e tempo, la depressione ha bisogno di cura, relazione, trattamento. Forzare l’attivazione in entrambi i casi non aiuta: consuma. La salute mentale non è spingere sempre, ma saper distinguere ciò che sta accadendo al proprio sistema e rispondere in modo adeguato.
Non velocità.
Capacità di adattamento, e quando serve, capacità di chiedere aiuto.
#psicologia #salutementale #depressione #ritmibiologici #processipsichici
Lucia Guidi
Note cliniche - gennaio 2026
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