Nei contesti sociosanitari ad alta complessità, il funzionamento quotidiano dei servizi risponde a logiche che eccedono i ruoli formalmente definiti, i protocolli scritti, gli assetti organizzativi ufficiali. Ciò che permette al sistema di reggere è spesso un equilibrio implicito, costruito nel tempo all'interno dei gruppi di lavoro attraverso dinamiche relazionali e affettive che restano per lo più inconsapevoli.
In molti servizi, una parte rilevante del carico (in particolare quello emotivo, relazionale e di tenuta simbolica) viene assorbita informalmente da alcuni operatori. Questa distribuzione avviene come risposta a vuoti strutturali: ruoli poco chiari, obiettivi non condivisi, procedure incomplete o assenti, funzioni che non possono essere delegate a livello operativo perché non sono state formalizzate.
Questa modalità di funzionamento tacita costituisce il sistema stesso, anziché rappresentarne un effetto collaterale. Consente all'organizzazione di continuare a operare anche quando non dispone delle condizioni minime di sostenibilità. La tenuta viene garantita dalla disponibilità psichica e relazionale di alcune persone, mentre la struttura formale resta inadeguata.
Nei gruppi di lavoro, questa modalità produce un assetto relativamente stabile nel tempo. Alcuni membri diventano, di fatto, portatori di funzioni che eccedono il mandato formale: tengono insieme il gruppo, assorbono le tensioni non elaborate, colmano vuoti decisionali, garantiscono continuità laddove l'organizzazione non riesce a farlo.
Il gruppo si organizza intorno a questa soluzione inconscia. Finché funziona, non viene interrogata. Anzi, viene spesso valorizzata attraverso etichette positive: "dedizione", "spirito di servizio", "senso di responsabilità". In realtà, si configura come una compensazione strutturale: il sistema regge perché qualcuno regge per tutti, in una distribuzione asimmetrica del carico psichico che viene naturalizzata e resa invisibile.
Dal punto di vista psicodinamico, qui si attiva un meccanismo di identificazione proiettiva a livello gruppale: il gruppo deposita in alcuni membri specifici la funzione di contenimento dell'angoscia istituzionale (quella legata alla complessità dei casi, all'inadeguatezza delle risorse, alla paura del fallimento terapeutico). Questi operatori diventano, inconsapevolmente, i contenitori delle angosce che l'istituzione nel suo insieme non riesce a pensare e metabolizzare.
Isabel Menzies Lyth, nei suoi studi sulle istituzioni sanitarie, ha descritto come le organizzazioni sviluppino "difese sociali contro l'angoscia": strutture rigide, procedure, distanze relazionali che proteggono gli operatori dall'impatto emotivo del lavoro di cura. Ma quando queste difese istituzionali sono assenti o insufficienti, alcuni individui diventano essi stessi la difesa: assorbono l'angoscia per permettere agli altri di continuare a funzionare.
Il problema emerge quando questa modalità viene interrotta.
Quando un operatore prova a ridefinire il proprio perimetro, a rimettere un confine tra ciò che è suo compito e ciò che eccede il mandato, non introduce semplicemente una variazione individuale. Interrompe una funzione su cui il gruppo e l'organizzazione hanno inconsciamente fatto affidamento.
Il limite, in questi contesti, diventa problematico per ciò che rende visibile, piuttosto che per ciò che nega. Fa emergere la sproporzione tra richieste e risorse, tra mandato esplicito e mandato implicito, tra ciò che il sistema chiede e ciò che è realmente in grado di sostenere. Rivela che il re è nudo: l'organizzazione funziona solo perché qualcuno si è sacrificato.
È per questo che il limite viene vissuto come una minaccia. Assume il carattere di elemento perturbante che mette in crisi l'equilibrio implicito del gruppo, costringendo tutti a vedere ciò che prima poteva restare nell'ombra. Il confine posto da un singolo operatore rivela la dipendenza patologica del sistema da quella persona, e con essa l'inadeguatezza strutturale dell'organizzazione.
Dal punto di vista psicoanalitico, il limite funziona come un'interpretazione in atto: mostra al gruppo la propria modalità difensiva, costringendolo a confrontarsi con l'angoscia che stava delegando. E come ogni interpretazione che tocca una difesa centrale, genera resistenza.
Quando il limite diventa impensabile a livello gruppale e istituzionale, il sistema tende a difendersi attivando meccanismi ben documentati nella letteratura sui gruppi e sulle istituzioni. Le reazioni seguono pattern relativamente costanti:
Il soggetto che pone il confine viene letto come rigido o poco collaborativo. Viene percepito come meno coinvolto, meno affidabile rispetto a prima. Può essere progressivamente isolato sul piano relazionale. Diventa, implicitamente, il responsabile delle difficoltà che emergono: "Prima che lei ponesse questi limiti, il servizio funzionava meglio".
In questo modo, la tensione viene spostata dalla struttura alla persona. Il problema cessa di riguardare il funzionamento del sistema e viene localizzato nel comportamento del singolo. Il gruppo tenta così di ripristinare l'equilibrio precedente, evitando una riorganizzazione più profonda che richiederebbe di guardare la propria fragilità strutturale.
Qui si attiva il meccanismo del capro espiatorio: la persona che ha posto il limite diventa depositaria di tutto ciò che non funziona. Attraverso questo processo di espulsione simbolica, il gruppo si purifica temporaneamente dell'angoscia, mantenendo intatta l'illusione che il problema sia esterno (quella persona "difficile") e non interno al sistema.
René Kaës parlerebbe di "contratto narcisistico di gruppo" violato: quella persona ha rotto il patto implicito secondo cui "nessuno mette in discussione il nostro modo di funzionare, anche se disfunzionale, perché farlo significherebbe affrontare l'angoscia di cambiare". Chi pone il limite tradisce questo contratto narcisistico e viene punito con l'esclusione.
Queste dinamiche si intensificano nei contesti in cui alcune funzioni risultano insostituibili a livello procedurale. Quando un ruolo non è formalizzato, quando non esistono procedure condivise che ne permettano la distribuzione tra più persone, la funzione coincide completamente con la persona che la incarna.
In questi assetti, il limite proposto dall'operatore non può essere accolto perché il sistema non ha costruito alternative. La continuità del servizio dipende dalla tenuta di quella specifica persona. La richiesta implicita cessa di essere "fai il tuo lavoro" per diventare "continua a reggere, perché senza di te crolliamo".
L'insostituibilità costituisce un indicatore critico di disfunzione organizzativa. Segnala che il sistema ha sviluppato una dipendenza da alcune persone invece di costruire processi sostenibili. Questa dipendenza viene poi mascherata attraverso la retorica del "valore insostituibile" di quell'operatore, della sua "competenza unica", quando in realtà si tratta di una falla strutturale: l'organizzazione ha delegato a un individuo funzioni che dovrebbero essere distribuite e formalizzate.
La persona insostituibile si trova in una posizione paradossale: apparentemente potente (il sistema ha bisogno di lei), ma in realtà intrappolata. Ogni tentativo di sottrarsi alla funzione viene vissuto dal gruppo come abbandono, tradimento, mancanza di responsabilità. La libertà di porre limiti, che dovrebbe essere un diritto professionale e psicologico fondamentale, diventa impossibile senza senso di colpa.
Quando la ridefinizione dei confini diventa impensabile a livello gruppale e istituzionale, il sistema trova comunque una via per fermarsi. Il burnout emerge come soluzione silenziosa: accettabile socialmente, individualizzata, che non interroga l'organizzazione.
Il corpo e la psiche dell'operatore si incaricano di porre un limite là dove il sistema organizzativo non riesce a farlo. In questo senso, il burnout va compreso come segnale del campo, piuttosto che come esito puramente individuale. Indica che il funzionamento complessivo ha cessato di essere sostenibile, ma che questa insostenibilità non può essere affrontata a livello organizzativo perché minaccerebbe l'equilibrio difensivo del gruppo.
Il burnout diventa così un acting out istituzionale: l'organizzazione "agisce" attraverso il corpo dell'operatore il proprio fallimento strutturale, invece di pensarlo. L'operatore collassa, e il sistema può continuare a funzionare (magari sostituendolo con un'altra persona che inizierà lo stesso ciclo) senza dover mettere in discussione le proprie modalità operative.
Questa lettura del burnout come fenomeno di campo, e non solo come debolezza individuale, è cruciale. Permette di vedere come spesso il burnout colpisca proprio gli operatori più capaci, più dedicati, più sensibili: esattamente quelli su cui il sistema ha scaricato la funzione compensativa. Il loro esaurimento rivela il prezzo psichico della compensazione strutturale.
Da questa prospettiva, il lavoro clinico e organizzativo nei contesti sociosanitari non può limitarsi al rafforzamento delle risorse individuali o alla gestione dello stress tramite tecniche di coping. Intervenire significa lavorare sui gruppi e sulle istituzioni come unità di funzionamento psichico collettivo.
Significa rendere pensabile ciò che è rimasto implicito e agito. Questo richiede di rendere visibili le funzioni di tenuta che alcuni operatori svolgono informalmente, di redistribuirle attraverso formalizzazione e condivisione, di restituire confini simbolici chiari ai ruoli professionali. Significa costruire condizioni di sostituibilità reale, dove nessuna persona diventa indispensabile perché le funzioni sono incorporate in processi organizzativi condivisi.
Significa, soprattutto, permettere al limite di esistere senza essere vissuto come minaccia al legame gruppale o tradimento del patto di cura. Il limite sano dovrebbe essere riconosciuto come elemento costitutivo della professionalità, come confine che protegge la sostenibilità a lungo termine del lavoro di cura, come contenitore necessario perché la funzione terapeutica possa continuare nel tempo.
Questo passaggio richiede un lavoro di elaborazione gruppale profondo, spesso facilitato da supervisione esterna o da spazi di riflessione istituzionale protetti. Richiede che l'organizzazione accetti di guardare le proprie fragilità strutturali invece di delegarle al sacrificio di alcuni. Richiede leadership capaci di tollerare l'angoscia del cambiamento senza scaricarla sui livelli operativi.
Un'organizzazione che funziona solo a condizione che qualcuno si consumi si sta ingannando sulla propria resilienza. Quella che appare come capacità di tenuta costituisce in realtà fragilità strutturale mascherata dall'iper-adattamento di alcuni operatori.
La vera sostenibilità di un servizio sociosanitario si misura dalla sua capacità di funzionare anche quando tutti gli operatori rispettano i propri confini professionali e psicologici. Si misura dalla possibilità di dire no senza essere puniti, di chiedere sostegno senza essere giudicati deboli, di essere sostituiti senza che il servizio collassi.
Quando questo diventa possibile, l'energia degli operatori può essere dedicata alla cura dei pazienti, invece di essere consumata nel tenere insieme un sistema che strutturalmente non regge. E forse, solo allora, possiamo davvero parlare di cura: quella offerta ai pazienti, e quella che l'istituzione riesce a offrire a chi, al suo interno, lavora ogni giorno per rendere possibile la cura stessa.
Lucia Guidi
Note cliniche - febbraio 2026
Questo articolo integra la prospettiva psicoanalitica sui gruppi e sulle istituzioni (Bion, Jaques, Menzies Lyth, Kaës) con l'osservazione delle dinamiche organizzative nei servizi sociosanitari. Le riflessioni proposte nascono dall'esperienza clinica e supervisionale in questi contesti.