Ogni volta che un genitore racconta di un figlio adolescente che urla, sbatte le porte, risponde con violenza o si chiude in un silenzio gelido, arriva quasi sempre un momento in cui dice: "Ai miei tempi non era così." Probabilmente ha ragione, almeno in parte, ma quella frase, usata come spiegazione, porta fuori strada più spesso di quanto orienti. Internet tende ad accelerare questo processo: i contenuti sulla genitorialità e sull'adolescenza circolano in formati che premiano la certezza sulla sfumatura, la soluzione sul problema, la diagnosi sulla domanda. Una frase complessa diventa uno slogan, un'ipotesi diventa un dato, e quello che era un punto di partenza per riflettere si trasforma in una risposta che chiude il pensiero invece di aprirlo. Trasformata in narrativa sulla "generazione rotta" o sulla "colpa degli smartphone", quella risposta rischia di fare ancora più danno, perché mette il problema nel posto sbagliato.
La riflessione che segue tenta di rimettere il problema nel posto giusto e non dentro l'adolescente.
Esiste un consenso scientifico abbastanza robusto sul fatto di base che negli ultimi quindici anni, in diversi paesi occidentali, si è registrato un deterioramento statisticamente rilevante della salute mentale degli adolescenti. Uno screening nazionale americano ha documentato, tra il 2011 e il 2015, un aumento del 50% del disturbo depressivo tra gli adolescenti, con un tasso di suicidi tra i 12 e i 14 anni raddoppiato rispetto al 2007. Questo trend era già in atto nel 2019, prima della pandemia, il che esclude che il peggioramento sia attribuibile esclusivamente all'isolamento da Covid.¹
Il problema nasce quando si passa dal che cosa al perché e il consenso scientifico lascia il posto al dibattito.
Lo psicologo sociale Haidt ha sostenuto l'esistenza di un nesso tra l'uso di smartphone e social media e il deterioramento della salute mentale degli adolescenti; la ricercatrice Candice Odgers ha risposto che questo nesso non è stato dimostrato come causale, e che il rischio di confondere correlazione e causalità è reale e metodologicamente rilevante.² Entrambe le posizioni hanno pubblicazioni a supporto ma siamo in un'area di evidenza emergente e dibattuta, non sicuramente di certezza consolidata.
Questo conta per i genitori perché la narrativa online tende a trasformare un'ipotesi (sia essa "la colpa è dello smartphone" o "i ragazzi di oggi sono fragili") in certezza, e le certezze false sono più paralizzanti del dubbio perché producono risposte sbagliate a problemi reali.
C'è qualcosa che la divulgazione psicologica più diffusa fa sistematicamente e che va nominato: tratta la rabbia dell'adolescente come un problema individuale, un deficit di regolazione, un disturbo da gestire, un comportamento da correggere, chiedendo ai genitori di imparare tecniche per farvi fronte.
Questa impostazione è epistemicamente sbagliata prima ancora che clinicamente insufficiente.
La rabbia non nasce dentro il ragazzo. Nasce tra il ragazzo e qualcuno. È una risposta interpersonale a qualcosa che viene percepito, ricevuto, temuto o atteso nella relazione con le figure significative. Ciò non significa che la responsabilità sia sempre del genitore, né che il genitore sia causa diretta di ogni sofferenza del figlio. Significa qualcosa di più preciso e più utile: la rabbia è un messaggio, e quel messaggio viaggia sempre in un campo relazionale. Chi vuole capirla deve chiedersi non solo cosa sente il ragazzo, ma cosa sta succedendo tra loro.³
Questa distinzione tra problema intrapsichico e problema interpersonale ha radici profonde nella clinica del Novecento e non è un'opinione, bensì il principio che ha riorganizzato parte significativa della psichiatria e della psicoterapia: le persone non si ammalano autonomamente ma si ammalano nelle relazioni, si modificano nelle relazioni, e ogni sintomo racconta qualcosa del campo in cui è apparso.⁴
Se il problema è sempre interpersonale, la domanda giusta non è "sono più arrabbiati i ragazzi di oggi?" ma "è cambiato il campo in cui quella rabbia si produce?" La risposta è sì, e in modi che vale la pena distinguere, perché non tutti i cambiamenti hanno lo stesso peso e lo stesso grado di certezza.
Il primo cambiamento documentato riguarda la struttura dell'esperienza sociale degli adolescenti. Jean M. Twenge ha osservato che gli adolescenti di oggi, pur trascorrendo più tempo fisicamente vicini ai genitori, sono emotivamente più distanti da loro, e che le interazioni dirette con i coetanei si sono drasticamente ridotte a favore della mediazione digitale.⁵ Le relazioni fisiche, incarnate, imperfette, imprevedibili sono il laboratorio in cui si impara a regolare le emozioni (compresa la rabbia) in tempo reale. Una conversazione difficile con un coetaneo chiede di stare nel disagio, di tollerarlo, di trovare una risposta mentre uno schermo permette di uscire, silenziare, ignorare.
Il secondo cambiamento riguarda il tipo di ansia che circola nel campo familiare. Questo è un ambito in cui siamo sul terreno dell'osservazione clinica più che dell'evidenza epidemiologica ed è fondamentale chiarirlo. L'ansia dei genitori di oggi ha spesso una qualità diversa da quella delle generazioni precedenti: non è principalmente l'ansia dell'autorità minacciata, ma l'ansia di un adulto che non sa dove mettere i confini perché non vuole ripetere i modelli ricevuti. L'ansia dell'adulto che vuole essere amico del figlio, che teme di sbagliare. Questa ansia non rimane nel genitore ma si trasmette e i figli la percepiscono subito e spesso, anche inconsciamente, rispondono proprio ad essa.⁶
Il terzo elemento riguarda quella che potremmo chiamare la confusione dei linguaggi tra adulti e figli.⁷ Quando un adulto porta nella relazione con il figlio adolescente i propri bisogni irrisolti (il bisogno di essere approvato, di non sentirsi inadeguato, di ricevere dall'altro la conferma della propria competenza genitoriale) sta usando un linguaggio che non appartiene al figlio. Il figlio ha il suo: il bisogno di essere visto come persona intera, il desiderio di autonomia che coesiste, spesso senza pace, con la paura di essere lasciato solo. Quando questi due linguaggi si sovrappongono senza che nessuno se ne accorga, il figlio è costretto a farsi carico dell'adulto mentre sta cercando di diventare se stesso. Questa traduzione forzata ha un costo psichico reale e la rabbia è spesso il segnale che quel costo è diventato insostenibile.
L'adolescente che si ha davanti oggi non è uguale a quello che eravamo noi. I riferimenti culturali sono diversi, il rapporto con il corpo e con la visibilità sociale ha forme nuove, la pressione prestazionale si è intensificata. Sarebbe un errore (clinicamente rilevante, non solo empatico) proiettare la propria adolescenza su quella dei figli.
Detto tutto questo (detti i cambiamenti reali nel contesto, nell'ansia che circola, nelle forme dell'esperienza sociale) c'è qualcosa che rimane costante attraverso le generazioni e su cui esiste convergenza solida tra tradizioni cliniche diverse.
I bisogni di fondo non sono storicamente variabili. Il bisogno di essere visti come persona intera, non come problema da gestire. Il bisogno di sperimentare senza essere abbandonati al rischio. Il bisogno di avere di fronte un adulto che non fugge davanti alla complessità.
Erikson ha descritto l'adolescenza come il periodo in cui l'individuo esplora ruoli, mette in discussione i modelli interiorizzati e cerca riconoscimento: una crisi che, nella sua lettura, non è patologia ma passaggio evolutivo necessario.⁸ Questo era vero nel 1950, è vero adesso, e non c'è ragione clinica di pensare che smetta di esserlo e dietro ogni gesto di indipendenza, ogni porta sbattuta, ogni "non mi capisci", c'è ancora il bisogno che qualcuno ci sia. L'adolescente ha bisogno del riconoscimento dell'adulto proprio per potersi sentire autonomo. Questa contraddizione produce comportamenti che oscillano tra ribellione e richiesta regressiva di attenzione e che possono disorientare chi li vive dall'esterno.⁹ Non è incoerenza ma la forma normale di un passaggio che non è mai lineare.
Non esistono ricette, esistono orientamenti che sono tanto più praticabili quanto più il genitore dispone delle condizioni per metterli in atto.
Vale la pena dirlo prima di qualsiasi altra cosa, perché un discorso sulla qualità della presenza genitoriale che ignora le condizioni materiali in cui quella presenza si esercita rischia di aggiungere senso di colpa a chi è già esausto. La ricerca documenta con buona solidità che lo stress economico e la precarietà lavorativa si ripercuotono sulla qualità del parenting: non per scelta, ma perché contenere un figlio richiede risorse psichiche che lo stress cronico erode.¹³ Tenerne conto non significa rinunciare a parlare di relazione, ma significa farlo senza dare per scontato che tutti partano dallo stesso punto.
Detto questo, il primo orientamento è smettere di cercare la tecnica giusta e iniziare a chiedersi cosa sta comunicando quella rabbia, e a chi. Non "come lo fermo" ma "cosa mi sta dicendo, e c'è qualcosa in quello che mi dice che riguarda anche me?"
Il secondo è distinguere tra contenimento e controllo. Sono due cose che dall'esterno possono sembrare simili, perché entrambe implicano la presenza di un limite, ma che nascono da posti completamente diversi e producono effetti opposti.
Il controllo nasce dall'ansia del genitore. È la risposta al bisogno di far smettere qualcosa che spaventa, che fa sentire inadeguati, che mette in discussione la propria competenza. Ha fretta. Vuole che la situazione rientri, che il ragazzo smetta, che la casa torni silenziosa. Il problema è che il figlio lo percepisce non come protezione, ma come pressione, e risponde con altra resistenza, altra rabbia, altro silenzio.
Il contenimento è qualcosa di diverso, è la capacità di tenere il campo senza crollare e senza irrigidirsi, restando presenti davanti a un'emozione intensa senza esserne travolti e senza chiudersi. Non significa accettare qualsiasi comportamento, né rinunciare ai limiti. Significa che i limiti vengono posti da un adulto che è ancora lì, ancora in relazione, ancora disponibile, e non da uno che sta cercando di difendersi. La differenza, per un adolescente, è enorme. Un confine che regge comunica qualcosa di preciso: che c'è qualcuno abbastanza solido da stargli di fronte. Ed è proprio questo che, in modo paradossale, rende possibile l'autonomia. Non l'assenza di limiti, ma la presenza di qualcuno che li tiene senza farne una questione di potere.
Il circolo vizioso che si instaura tra genitori spaventati e ragazzi rabbiosi è difficile da interrompere proprio perché i due lati si alimentano a vicenda.¹⁰ Uscirne richiede che il genitore faccia una cosa scomoda: guardare la propria ansia, non solo quella del figlio.¹¹ Questo non distribuisce le responsabilità in modo uguale, ma significa che ogni intervento che si concentra solo sul ragazzo è parziale per definizione.
Vale anche qui il riconoscimento fatto in apertura: chi ha meno risorse non parte svantaggiato perché vuole farlo, ma perché le condizioni in cui esercita la genitorialità rendono tutto più difficile, e saperlo è già un modo per leggere la situazione con meno giudizio e più precisione.
Il problema della divulgazione psicologica online non è solo la semplificazione, spesso anticipata da slogan clickbait, ma anche il modo in cui quella semplificazione individua il problema nell'individuo, propone soluzioni tecniche e lascia intatto il campo relazionale in cui il problema si è invece prodotto.
Una madre che impara "come rispondere alla rabbia del figlio adolescente" con una tecnica trovata in un post non ha imparato niente su cosa quella rabbia le sta dicendo su di lei, sul figlio, su quello che è successo tra loro. Ha imparato come gestire una superficie. E le superfici, in adolescenza, tendono a cedere proprio quando ci si aspettava che reggessero.
La domanda clinicamente più onesta (e più difficile) non è come gestisco la rabbia di mio figlio, ma "cosa sta succedendo tra noi, e sono disposto/a a guardarlo?"¹²
note cliniche – Dott.ssa Lucia Guidi
¹ I dati citati provengono da Twenge J.M., iGen, Atria Books, New York 2017 (non tradotto in italiano). Per i trend europei cfr. i rapporti Health Behaviour in School-Aged Children (HBSC), OMS, disponibili su who.int. I dati descrittivi godono di consenso scientifico; le interpretazioni causali no (v. nota 2).
² Cfr. Haidt J., The Anxious Generation, Penguin Press, New York 2024 (trad. it. La generazione ansiosa, Rizzoli, Milano 2024, trad. di L. Rodinò e R. Prencipe). Per la critica metodologica cfr. Odgers C.L., The great rewiring: is social media really behind an epidemic of teenage mental illness?, «Nature», 628, 2024, pp. 29-30. Siamo in un'area di evidenza emergente e contestata, non di consenso.
³ Principio cardine della tradizione psichiatrico-interpersonale sviluppata da Harry Stack Sullivan. Cfr. Sullivan H.S., Teoria interpersonale della psichiatria [1953], Feltrinelli, Milano 1962. Per la diffusione di questa tradizione in Italia cfr. Conci M., Harry Stack Sullivan and Stephen Mitchell in Italy, «International Forum of Psychoanalysis», 2023.
⁴ Cfr. Fromm E., Fuga dalla libertà [1941], Mondadori, Milano 1987; Psicoanalisi della società contemporanea [1955], Mondadori, Milano 1960. Sull'importanza epistemica di questa distinzione per la clinica cfr. i contributi di Galli P.F. su «Psicoterapia e Scienze Umane» dal 1967 in poi, in particolare quelli sull'identità terapeutica e sulla formazione degli operatori.
⁵ Cfr. Twenge J.M., op. cit., capp. 3-4. Le implicazioni causali della riduzione delle interazioni faccia a faccia sulla regolazione emotiva sono ancora in fase di studio; il dato osservativo è solido.
⁶ Cfr. Sullivan H.S., op. cit., capp. V-VII, sulla trasmissione dell'ansia nella relazione di accudimento come processo interpersonale pre-verbale. Orientamento teorico con supporto convergente dalla ricerca sull'attaccamento; non un'evidenza RCT.
⁷ Cfr. Ferenczi S., Confusione delle lingue tra adulti e bambini [1932], in Opere, vol. IV, Raffaello Cortina, Milano 1992, pp. 91-100. Nota epistemica importante: l'applicazione di questo concetto alle dinamiche genitori-adolescenti è un'estensione clinicamente argomentata della tradizione ferencziana e non una citazione diretta. Il testo originale di Ferenczi si riferiva a contesti di abuso. Per il rinascimento ferencziano in Italia cfr. la rivista Il Poppante Saggio / The Wise Baby, organo della SIPeP-SF.
⁸ Cfr. Erikson E.H., Infanzia e società [1950], Armando, Roma 2008. Orientamento teorico con ampio supporto empirico nella letteratura sullo sviluppo adolescenziale.
⁹ Convergenza clinica trans-teorica: cfr. Blos P., L'adolescenza come fase di transizione, Armando, Roma 1979; Sullivan H.S., op. cit. La stessa osservazione emerge da cornici teoriche indipendenti, il che ne aumenta la plausibilità clinica pur in assenza di un disegno sperimentale diretto.
¹⁰ Osservazione clinica descrittiva. Per il supporto empirico alla bidirezionalità cfr. nota 11. Per la clinica dell'adolescenza in Italia cfr. Maggiolini A., Riva E., Adolescenti trasgressivi, Raffaello Cortina, Milano 1999.
¹¹ Otterpohl N., Wild E., Havighurst S.S., Stiensmeier-Pelster J., Kehoe C.E., The Interplay of Parental Response to Anger, Adolescent Anger Regulation, and Externalizing and Internalizing Problems: A Longitudinal Study, «Research on Child and Adolescent Psychopathology», 50(2), 2022, pp. 225-239. DOI: 10.1007/s10802-021-00795-z. Studio longitudinale su 634 adolescenti, tre rilevazioni. Limite: campione prevalentemente caucasico tedesco.
¹² Cfr. Fromm E., L'arte di amare [1956], Mondadori, Milano 1986, in particolare i capitoli sulla maturità affettiva e sulla distinzione tra amore materno e paterno. L'orientamento riflette la tradizione interpersonale e relazionale da Fromm e Sullivan fino alla psicoanalisi relazionale contemporanea.
¹³ Uno studio su oltre duemila famiglie norvegesi ha documentato che l'economia familiare si associa a problemi esternalizzanti nei figli attraverso la mediazione del benessere emotivo genitoriale e delle pratiche di parenting. Cfr. Bøe T. et al., Socioeconomic Status and Child Mental Health: The Role of Parental Emotional Well-Being and Parenting Practices, «Research on Child and Adolescent Psychopathology», 2014. Per la relazione tra stress economico e qualità del parenting cfr. anche il family stress model di Conger R.D. et al., ampiamente replicato in letteratura.