Il lavoro prende avvio con tre sedute iniziali.
Non sono un preliminare tecnico. Sono un tempo di soglia.
Uno spazio in cui si ascolta la domanda, ma anche il modo in cui la domanda prende forma. In cui si valuta non soltanto “di cosa si soffre”, ma se può esistere un campo di lavoro condiviso.
Non esiste una terapia adatta a tutti, né un terapeuta giusto per ogni persona. Parte della responsabilità clinica consiste nel riconoscere quando non sono io il luogo adeguato. Non tutto deve essere trattenuto. Non tutto deve essere accolto da chiunque.
Se in questo primo tempo si riconosce una possibilità di fiducia, una continuità sostenibile, allora il percorso può iniziare.
La terapia non si decide. Si costruisce.
La psicoterapia, nel mio modo di lavorare, non è orientata prima di tutto alla “guarigione” intesa come eliminazione del sintomo. Il sintomo è spesso il punto di ingresso, ma non è il centro del lavoro. È un segnale, un tentativo dell’organizzazione psichica di mantenere un equilibrio, talvolta al prezzo di una sofferenza significativa.
Ciò che mi interessa non è sopprimere rapidamente ciò che disturba, ma comprendere quale funzione abbia avuto. Da cosa abbia protetto. In quale momento della storia personale sia diventato necessario. Ogni difesa, per quanto oggi possa apparire rigida o limitante, è stata una soluzione. Il lavoro non consiste nel demolirla, ma nel comprenderne la logica e nel verificare se sia ancora necessaria nelle stesse forme.
Non utilizzo la diagnosi come identità. Quando viene formulata, è uno strumento orientativo, una fotografia del funzionamento in un determinato momento della vita. Può aiutare a comprendere alcune dinamiche, ma non coincide con la persona. Il rischio dell’etichetta è quello di offrire una definizione che rassicura e allo stesso tempo riduce, coprendo la soggettività anziché favorirne l’emersione.
Il lavoro terapeutico non stabilisce “chi sei”, ma interroga come ti sei organizzato per stare nel mondo, per mantenere legami, per proteggerti dalla delusione o dall’abbandono. Molti arrivano con l’idea di dover aggiustare qualcosa di sbagliato. Io parto dal presupposto che ci sia una storia da comprendere, non un difetto da correggere.
La terapia è, prima di tutto, un incontro. Non è un monologo interpretativo né un’analisi dall’alto. Ciò che accade tra terapeuta e paziente è parte integrante del processo. Le modalità relazionali non vengono soltanto raccontate: si manifestano nella relazione stessa. Il bisogno di compiacere, il timore del giudizio, la tendenza al controllo o al ritiro possono emergere nello spazio condiviso e diventare pensabili.
Nel tempo, ciò che prima veniva vissuto come reazione immediata può essere riconosciuto e compreso. La persona impara a distinguere tra ciò che sente e ciò che teme di sentire, tra ciò che desidera e ciò che ha imparato a fare per essere accettata. Questo apprendimento non è teorico, ma esperienziale: avviene nella presenza di uno spazio sufficientemente stabile, in cui le emozioni non vengono svalutate né amplificate, ma pensate.
Conoscersi non significa diventare qualcuno di diverso, né aderire a un modello ideale. Significa riconoscere la propria forma, comprese le parti adattate, le parti negate, le parti che hanno dovuto tacere per sopravvivere a determinate condizioni. La trasformazione non coincide con l’assenza di fragilità, ma con una maggiore libertà interna. Quando si comprende l’origine di una paura, questa non scompare necessariamente, ma perde il carattere di destino. Quando si riconosce una difesa, si acquisisce la possibilità di non usarla sempre nello stesso modo.
L’obiettivo non è guarire da sé stessi, ma potersi rispettare. Rispettare il proprio ritmo, i propri limiti, i propri desideri, anche quando entrano in tensione con le aspettative dell’altro o con immagini interiorizzate di ciò che si dovrebbe essere.
Un percorso può dirsi concluso quando questa capacità riflessiva è sufficientemente interiorizzata, quando la persona ha sviluppato una funzione interna che le permette di interrogarsi, di riconoscere ciò che prova e di sostare nelle emozioni senza esserne sopraffatta. In questo senso la terapia è terminabile. Tuttavia, il dialogo costruito nella stanza non si esaurisce con la fine degli incontri: può trasformarsi in una presenza interna, in una sorta di spazio mentale in cui continuare a pensare e a darsi senso.
La terapia non crea un’identità nuova e non sostituisce parti di sé. Rende più abitabile la propria. Non elimina ciò che si è, ma permette di esserlo in modo più consapevole e meno difensivo.