La supervisione delle équipe, nel mio lavoro, non è un intervento organizzativo né una generica facilitazione del clima. È uno spazio psichico condiviso in cui il gruppo può tornare a pensare ciò che la pressione della cura ha trasformato in irrigidimento, conflitto o silenzio.
Un’équipe è un organismo relazionale. È attraversata da ansie primitive, fantasie inconsce, mandati istituzionali interiorizzati. In contesti ad alta intensità emotiva – cronicità, fine vita, trauma, disabilità – il gruppo può perdere funzione riflessiva e organizzarsi difensivamente: iper-controllo procedurale, scissioni tra “chi fa bene” e “chi sbaglia”, proiezioni reciproche, ricerca di un capro espiatorio.
In una prospettiva bioniana, la supervisione svolge una funzione di contenimento: trasforma elementi emotivi grezzi in pensiero condiviso. Non elimina l’angoscia, ma la rende mentalizzabile.
La matrice frommiana introduce un ulteriore livello: la responsabilità etica della posizione professionale. In équipe non si lavora solo con protocolli, ma con la qualità dell’essere presenti nella relazione di cura. Quando il ruolo diventa rifugio difensivo o il mandato istituzionale viene assunto senza pensiero critico, la relazione operatore-paziente si impoverisce. La comunicazione si riduce a scambio informativo, perde la dimensione umana e simbolica.
Per questo il lavoro supervisionale integra sempre la comunicazione operatore-paziente come dato clinico centrale. Le difficoltà comunicative – silenzi imbarazzati, eccesso di spiegazioni tecniche, bruschezza, evitamento, conflittualità con familiari – non vengono trattate come problemi di “stile”, ma come espressioni di movimenti emotivi nel campo.
La supervisione parte da casi concreti portati dagli operatori: situazioni in cui si sono sentiti in difficoltà, impotenti, arrabbiati, eccessivamente coinvolti o distaccati. Non si analizza solo “cosa è stato detto”, ma cosa è accaduto tra le persone. Dove si è interrotta la possibilità di ascolto? Dove il timore di sbagliare ha irrigidito la comunicazione? Dove l’identificazione con il paziente o con il familiare ha alterato la posizione professionale?
Il caso concreto diventa così una via di accesso al funzionamento dell’équipe. Ciò che appare come problema individuale spesso rivela una dinamica sistemica: pressioni organizzative, confini di ruolo poco chiari, conflitti non nominati.
La supervisione non mira a produrre armonia artificiale né a fornire soluzioni rapide. Mira a riattivare la funzione riflessiva collettiva: distinguere ruolo e persona, riconoscere le proiezioni, nominare le collusioni inconsapevoli, restituire complessità alla comunicazione di cura.
Quando un’équipe recupera la capacità di pensare insieme ciò che accade nella relazione con il paziente, la qualità della cura cambia.
La supervisione, in questa prospettiva, è uno spazio trasformativo che protegge il lavoro clinico dall’automatismo, dall’usura emotiva e dalla perdita di senso.