La formazione e la consulenza sono interventi clinici applicati al sistema di cura. Non si limitano alla trasmissione di contenuti, ma intervengono sul funzionamento reale del gruppo di lavoro nei contesti ad alta intensità emotiva. L’obiettivo è sostenere la qualità della cura attraverso tre assi fondamentali: prevenzione del burnout, qualità della comunicazione con pazienti e familiari, tenuta relazionale dell’équipe.
Il burnout viene letto non solo come sovraccarico organizzativo, ma come progressiva riduzione dello spazio interno nel ruolo. Quando l’operatore si identifica eccessivamente con il mandato o si adatta senza poter elaborare l’impatto emotivo della cura, compaiono distacco difensivo, irrigidimento, conflittualità o ritiro. Il lavoro consulenziale riattiva la possibilità di pensare l’esperienza professionale, distinguendo responsabilità, limite e confine personale. Questo favorisce una maggiore stabilità operativa e una riduzione dell’usura emotiva.
La comunicazione operatore-paziente viene affrontata come fenomeno relazionale e non come semplice competenza tecnica. Le difficoltà comunicative – conflitti con familiari, eccesso di tecnicismo, evitamento emotivo, bruschezza o chiusura – vengono analizzate a partire da casi concreti portati dagli operatori. Il focus non è “cosa dire meglio”, ma comprendere cosa accade nel campo relazionale: paure, identificazioni, movimenti difensivi, tensioni non elaborate. Lavorare su questi elementi produce una comunicazione più chiara, più coerente e clinicamente più solida.
Le dinamiche intra-équipe vengono lette come espressione del funzionamento sistemico. Tensioni, polarizzazioni, rivalità o silenzi prolungati sono affrontati attraverso la supervisione di situazioni reali in cui il gruppo si è trovato in difficoltà. Il caso diventa uno strumento di analisi del funzionamento collettivo: proiezioni reciproche, confusione di ruoli, scissioni tra aree percepite come “forti” e “fragili”, rigidità procedurali utilizzate come difesa.
L’équipe viene considerata un campo emotivo condiviso. In condizioni di pressione può perdere funzione riflessiva e organizzarsi in modalità difensive. La consulenza riattiva la capacità del gruppo di pensare insieme, chiarire il mandato, distinguere persona e ruolo, nominare ciò che tende a essere agito invece che elaborato.
All’interno dei gruppi vengono utilizzati anche dispositivi esperienziali strutturati: immagini proiettive, mediatori simbolici, esercizi orientati alla riflessione. Non si tratta di attività ludiche né di esplorazioni della sfera privata degli operatori. Il lavoro resta centrato sull’identità professionale, sul senso di efficacia, sulla fatica nel ruolo e sulla percezione di riconoscimento all’interno dell’équipe.
L’uso di strumenti simbolici facilita l’emergere di aspetti che, in un confronto esclusivamente tecnico, tenderebbero a restare non detti. Questo consente una maggiore consapevolezza dell’assetto professionale e una ridefinizione più chiara dei confini tra persona e funzione.
Gli interventi possono assumere la forma di supervisione continuativa, percorsi mirati di prevenzione del burnout, formazione sulla comunicazione in contesti complessi o spazi di debriefing dopo eventi critici.
Il risultato atteso è un rafforzamento della tenuta del sistema di cura: maggiore chiarezza nei ruoli, riduzione del conflitto agito, comunicazione più efficace con i pazienti e contenimento dell’usura emotiva del personale.