La supervisione, nel mio lavoro, non è un controllo tecnico né una verifica di aderenza a un modello. È uno spazio strutturato in cui si rende pensabile ciò che nella pratica clinica rischia di restare agito, irrigidito o difensivamente organizzato.
Lavoro con colleghi e con allievi in formazione a partire da una cornice psicodinamica relazionale, con un riferimento esplicito alla tradizione umanistica e neofreudiana di Erich Fromm e al pensiero clinico contemporaneo di Nancy McWilliams.
Da Fromm riprendo l’idea che la crescita professionale non sia separabile dalla qualità dell’essere: libertà, responsabilità, autenticità non sono concetti astratti ma condizioni del lavoro clinico.
Da McWilliams riprendo l’attenzione al funzionamento della personalità, alla diagnosi come comprensione organizzativa e non etichettante, e alla centralità del controtransfert come strumento conoscitivo.
Il mio modo di intendere la supervisione si colloca all’interno di una tradizione psicoanalitica che ha progressivamente spostato l’attenzione dalla tecnica come insieme di regole alla relazione come campo trasformativo.
In questa prospettiva è centrale il contributo di Donald Winnicott, per il quale la possibilità di pensare nasce in uno spazio sufficientemente sicuro. La supervisione, in questo senso, è uno “spazio potenziale” in cui l’analista può sostare senza dover dimostrare competenza, ma potendo attraversare incertezza e dubbio.
Il pensiero di Wilfred Bion orienta ulteriormente questo assetto: la funzione di contenimento e la capacità di trasformare elementi emotivi grezzi in pensiero sono al centro sia del lavoro analitico sia della supervisione. Il supervisore non interpreta dall’alto, ma aiuta a metabolizzare ciò che nell’incontro clinico è rimasto non trasformato.
La prospettiva relazionale contemporanea, ha reso esplicita la dimensione intersoggettiva del campo clinico: ciò che accade non appartiene solo al paziente né solo all’analista, ma emerge nella relazione. In supervisione questo significa lavorare sul campo condiviso, riconoscendo le co-costruzioni, le impasse, le collusioni inconsapevoli.
Il controtransfert come strumento di conoscenza è un altro punto cardine: ciò che l’analista sente non è un ostacolo da eliminare, ma un dato clinico da pensare. La supervisione diventa allora il luogo in cui il controtransfert può essere riconosciuto, differenziato e utilizzato.
Anche la riflessione sulla supervisione come processo formativo – sviluppata, tra gli altri, da Otto Kernberg nel contesto del training psicoanalitico – sottolinea come il compito non sia produrre conformità tecnica, ma favorire l’integrazione tra identità professionale, assetto interno e responsabilità etica.
In questa linea, la diagnosi è intesa come comprensione del funzionamento, non come etichetta; il setting è una struttura a servizio del processo, non un rituale difensivo; l’errore non è una colpa, ma un punto di lavoro.
La supervisione, così intesa, non è un’aula d’esame.
È un dispositivo di pensiero condiviso, radicato nella tradizione psicoanalitica ma orientato alla complessità dei contesti contemporanei.